La giornata finale del the Players championschip ci ha fatto vivere 18 buche ad altissima tensione, lasciandoci con il fiato sospeso fino all’ultimo green.
La posta in gioco era alta e la pressione alle stelle, ogni giocatore si porta nel cuore una sua personalissima motivazione per voler sollevare il trofeo al cielo. Per Westwood, significherebbe dimostrare che a 48 anni si può essere ancora competitivi e per lui, vincere qui, vale un posto nei libri di storia, potrebbe essere il primo inglese a primeggiare a Sawgrass. Per DeChambeau significherebbe invece, avvalorare con le vittorie, sarebbero due di seguito, che la sua rivoluzione golfistica, basata su metodi scientifici, è funzionale e vincente. Per Ghim sarebbe un sogno che si trasforma in realtà dai campi comunali e le palline di seconda mano, passare, con una vittoria, a 5 anni di esenzione per giocare sul Pga Tour, in pratica il primo premio della lotteria. Justin Thomas vorrebbe questa coppa prima di tutto per poter onorare la morte del nonno scomparso da pochi giorni, ma anche per eguagliare il suo amico e mentore Tiger Woods, divenendo come lui, vincitore prima dei 28 anni di un Players, una Fedex, un Major e un WGC. Quando la pressione è alta il divertimento è assicurato e così è stato.
Quando parte il team leader però il torneo sembra incanalarsi su binari tranquilli, Westwood prende il via solido e convinto e alla buca 1 inizia con due colpi perfetti che gli permettono, con un corto putt, di portarsi a casa il birdie, diventano così 3 i colpi di vantaggio su DeChambeau. Ma già alla buca 2 qualcosa incrina lo stato di “flow” che sembrava contornare l’inglese, paura di vincere? Pressione? Chi lo sa, quello che vi posso dire è che il suo solito e sicuro drive tirato con un “baby fade” piccola e controllata curva verso destra, diventa un tragico e pericoloso slice, che gli fa cadere la palla nel lago di destra, bogey per lui. Segnali premonitori che ci portano alla buca 4 e qui capiremo quanto la pressione della gara può giocare brutti scherzi anche agli Dei del golf. La 4 è un corto par 4 con un lago che passa davanti al battitore e accompagna il lato destro del fairway. Dechambeau con un legno 3 dal tee tira un colpo preso in testa e fa 60 metri finendo nel lago difronte al battitore, se fosse successo a qualcuno di noi avremmo sicuramente dovuto pagare da bere per non aver passato il battitore delle donne, ma non finisce qui. Dopo il droppaggio tenta di raggiungere il green con un ferro 4 ma fa shank e la sua palla finisce nel bosco di destra, concluderà la buca con un doppio bogey e con molta meno sicurezza nella sua mente. Westwood non è da meno, spara nuovamente un altro drive in slice totalmente privo di controllo che fa finire la palla nel bosco di destra sugli aghi di pino. L’unico colpo che da quella posizione è possibile effettuare è un colpo basso che eviti i rami degli alberi ma neanche troppo basso perché deve volare l’ostacolo d’acqua che protegge il fairway. La palla di Lee è purtroppo appoggiata ad una piccola pigna che con può essere tolta, il contatto con la palla non è buono e quest’ultima uscirà troppo alta andando a colpire i rami che la smorseranno e la faranno finire nell’ostacolo d’acqua. Riuscirà comunque a limitare i danni finendo con il bogey. La sua fortuna è che dietro nessuno sembra riuscire a trarre vantaggio dalle sue disavventure, Justin Thomas non riesce a infilare un putt, Ghim è poco fluido e gioca troppo in difesa. Tutto sembra filare liscio per l’inglese che comunque alla fine delle prime 9 buche riesce a mantenere la leaderschip. Justin Thomas però non si arrende e alla fine riesce a trovare il giusto feeling sul putt e alla 10 infila un birdie, alla 11 fa eagle e va in testa. A questo punto la gara diventa un match-play a distanza tra Justin Thomas e Lee Westwood. Ghim si autoesclude dalla competizione con due palle in acqua alla 11. Ma alla 14 Justin Thomas fa 3 putt ed esce con un bogey, Lee invece fa birdie e i due tornano parimerito, il testa a testa è serrato. La 16 diventa la buca della svolta, Justin raggiunge il green con il secondo colpo e si garantisce il birdie, Lee invece fa, secondo me, un errore tattico; dopo un ottimo drive decide di attaccare il green con un ferro 3. Il colpo però, a causa anche del poco loft che il bastone ha, parte troppo basso e la palla colpisce la pianta davanti al green finendo nel bunker sottostante, da quella posizione non ha colpo ed è costretto a tentare un’uscita bassa per raggiungere la bandiera, ma invece finirà nel “pot” bunker vicino al green. Uscita e putt gli valgono il par e ma non la leaderschip ormai persa. Alla 17 Westwood dopo essere riuscito a mettere la palla in green, alza definitivamente bandiera bianca incappando in 3 putt. Ci pensa però Justin a tenere alta la tensione, infatti sul battitore della 18 con la vittoria in tasca decide di farci sobbalzare sui divani, con un legno 5 tirato con un draw troppo pronunciato che, solo grazie ad un rimbalzo fortunoso non finisce in acqua. Finirà in par. Il birdie di Westood alla 18 servirà solo per garantirsi il secondo posto in solitaria.
Justin Thomas vince meritatamente, con un gioco da tee a green eccezionale, che anche lui, intervistato, ha definito il migliore di tutta la sua carriera da professionista. Il golf fa parte del DNA della famiglia di Justin da tre generazioni, suo padre è un professionista di golf e lo era anche suo nonno, scomparso da poco, e proprio a lui, con le lacrime agli occhi, ha voluto dedicare la sua vittoria.
Non sarà un Major ma le emozioni che questo torneo sa regalare sono uniche, tutto merito di un campo bellissimo e incredibilmente difficile e di un field composto da grandissimi campioni, il connubio perfetto per dar vita ad un grande evento golfistico proprio come è il The Player Championship . A voi do appuntamento a giovedì per il resoconto dell’Honda Classic.