Al Bay Hill Golf Course di Orlando è andato in scena come ogni anno l’Arnold Palmer Invitational.
A rendere questa edizione particolarmente interessante ci sono state, a mio avviso, due componenti: la prima è stata poter nuovamente vedere il pubblico in campo seguire i giocatori, un segno di un parziale ritorno alla normalità. Vi devo confessare che vedere sia gli stadi che i campi da golf deserti durante le gare mi lascia sempre sconcertato, il pubblico fa la differenza. La seconda cosa era i nomi che apparivano in testa al leaderboard, Lee Westwood e Brayson DeChambeau, da una parte un campione di mezza età che ormai non vince aveva raggiunto il suo apice 15 anni fa, dall’altra un ragazzone palestrato che va avanti a frullati proteici e tira drive a distanze impensabili. Esperienza contro potenza e ieri mentre mi preparavo per vedere la diretta, ho pensato che ci sarebbe stato di che divertirsi. E così è stato. Ci ha pensato il dio Eolo ad aggiungere una componente di difficoltà, si è alzato un vento freddo proveniente da nord che ha iniziato a soffiare a 35 km/h ed è andato a seccare e asciugare i greens. Lo stimpmeter ha raggiunto 13,3 che in pratica significa giocare su di una superfice simile ad una lastra di vetro, impossibile pensare di fermare la palla con un approccio, impensabile attaccare un putt più del dovuto se non volevi ritrovarti a dover fare un colpo di rientro più lontano di dove avevi tirato il colpo precedente.
Poi non c’è solo il duo di testa, una schiera di “good fellas” posizionati a metà classifica sono pronti a suon di berdies a scalare la classifica. Giordan Spieth, Rory Mcilroy, Cris Conners partono, pronti all’arrembaggio, ma uno dopo l’atro cadono. Rory, farà affondare i suoi sogni di gloria insieme alle 2 palle tirate in acqua, nel tentativo di raggiungere in 2 il green della buca 6, un par 5 dog-leg a sinistra che fu già fatale a Jhon Daly che, qualche anno fa, proprio a questa buca segnò un 18. Jordan Spieth verrà tradito dal suo colpo migliore, il putt, la sua palla passerà sempre vicino alla buca, danzando sui bordi senza però mai cadere dentro. Poi incapperà in un deleterio 3 putt che lo farà retrocedere al 5° posto. Parte il team leader e DeChambeau schiaccia il gas a manetta e rischia di fondere il motore tirando un drive svirgolato che quasi finisce fuori limite a destra, occasione ghiotta per Westwood che però non concretizza un facile birdie. Lee è forse disabituato a trovarsi in testa ad un torneo e gioca con poca determinazione, non riesce ad essere incisivo con il putt, fallisce buone occasioni per prendere il largo e se concedi troppo spazio allo “scienziato” DeChambeau lui alla fine ti punisce. E così succede, sarà infatti lui alla fine ad essere uno dei due soli giocatori che riesce nella giornata di domenica a finire il giro sotto par. Gli basterà perciò -1 per tenere a distanza Lee e portarsi a casa il Cardigan Rosso di Arnold Palmer.
Vi devo confessare che non amo il modo di giocare di DeChambeau è troppo incentrato, a mio avviso sulla potenza fisica, però ieri mi ha saputo sorprendere, perché devo riconoscere che a vincere è stato il giocatore che ha puttato meglio e questo non te lo aspetti da chi spara un drive a 370yard, infuocando il pubblico in campo che lo ha supportato con un tifo da stadio. Eppure, il colpo che secondo me gli ha fatto vincere il torneo è proprio il putt in cui ha dimostrato di avere una grandissima sensibilità, in particolare il colpo che secondo me gli ha dato la vittoria è quello imbucato da 15 metri alla buca 11, interpretando alla perfezione una linea sinistra destra di una velocità folle. Complimenti perciò a Bryson anche se, ripeto, non penso che il suo modo, sia il modo giusto di interpretare il golf e che non faccia bene allo sviluppo stesso di questo sport. Parlo da maestro di circolo e so quanti giocatori vedrò in campo pratica che cercheranno di imitarlo o che mi chiederanno di insegnarli uno swing alla Dechambeau, sperando in questo modo di allungare i loro colpi. A loro consiglierò di guardare con più attenzione il meno appariscente Lee Westwood.
Lui, ha lavorato molto sul suo gioco corto, specialmente quello intorno al green, suo tallone di Achille da sempre, riuscendo a migliorarlo vistosamente, e questo lo ha riportato a giocare ad altissimi livelli. Ad aiutarlo, secondo me, è stata anche la serenità che la nuova fidanzata Hellen Storey, suo caddy, gli ha saputo trasmettere ed è stato un bellissimo spettacolo vedere Westwood, con il suo gioco più umano, tener testa fino alla 18 ad un ragazzone palestrato, 20 anni più giovane di lui che sparava bombe di drive 100 metri più lunghe. E, mi piace pensare, che se Hellen lo avesse saputo aiutare nella lettura della linea di alcuni putt decisivi, in una intervista confida che sta studiando duramente per imparare il sistema Aim Point, magari Westwood sarebbe riuscito a concretizzare alcune facili occasioni da birdie e chi lo sa, avrebbe anche potuto vincere. Ma con i se e i ma non si alzano i trofei al cielo, però, nonostante questo, Westwood non è stato annientato, è stato battuto di un solo colpo. Perciò vi ricordo un vecchio detto che si dimostra sempre attuale: il drive è per lo show il putt, e aggiungo io il gioco corto, sono per portare a casa il risultato.
Perciò non pensate a tirare il drive più forte, serve il fisico, migliorate invece il vostro gioco dai 100 metri in giù, è lì che si fa score.